del.icio.usNovember 29, 2006 5:22 pm
Web 2.0, Società 1:48 am

Sempre nel contesto del "caso YouTube" stavo commentando il post di Mauro nel quale si associa alla proposta di Layla di istituire "un Comitato permanente per l’informazione su Internet che possa essere il punto di riferimento per far conoscere alle istituzioni giudiziarie, politiche e agli organi di informazione il valore e le peculiarità della rete", poi siccome mi stava venendo un po’ lunghetto ho deciso di farne un post.
Premetto che sulla carta l’idea di Layla mi pare sensata: creare un punto di riferimento per la classe politica sulle questioni legate all’utilizzo delle nuove tecnologie di informazione, una sorta di "lobby civica" che abbia come interlocutore la classe politica e l’obiettiva di mettere quest’ultima di legiferare con la dovuta conoscenza e competenza.

Però all’atto pratico vedo molti problemi:
Rappresentatività: chi assicura che questo "comitato" faccia davvero gli interessi di tutti gli utenti della rete? non rischiamo di creare un "MOIGE" di internet? ovvero che qualcuno si dichiari "rappresentante" degli utenti di intenret (che più si va avanti e più tebderanno a comprendere fette sempre maggiori della popolazione) e venendo riconosciuto come tale vada a parlare a nome di milioni di persone che non l’hanno mai autorizzato in alcun modo a fare ciò.
Autoreferenzialità 1: in Italia attorno ad internet io vedo ancora tanta voglia di affermare delle diversità, quasi che internet non fosse parte della realtà (l’unica, per quanto mi concerne), ma si configurasse come una "realtà alternativa", dotata di proprie regole (qualcuno in un post indignato citava la Netiquette, che sarebbe come dire che non servono le leggi perchè abbiamo il galateo…) e non assoggettabile alle leggi del mondo reale (semmai il punto è che il mondo reale non si è ancora dotato delle leggi necessarie a normare un fenomeno nuovo).
Autoreferenzialità 2: Mauro nel sottoscrivere la proposta di Layla afferma che "prima di parlare di internet uno dovrebbe dimostrare di saperne qualcosa o di essersi informato prima"; posto che la conoscenza non è mai troppa, a chi si dovrebbe dimostrare di poterne parlare? questa persona a sua volta a chi lo dovrà aver dimostrato? e così via con il rischio che ci sia una sorta oligarchia autoeletta e autocertificata che assegna le patenti di "esperto a sufficienza" di internet?

Io prima di creare questo "comitato", vorrei capire cosa hanno fatto e cosa intendono fare da questo punto di vista quelle associazioni industriali che già adesso operano con la rete: IAB, AIIP, Assocomunicazione, etc.
Forse il punto sta proprio qui: un po’ per la giovane età, un po’ per quella voglia di "essere molto avanti" molto ben descritta da Maurizio Sala allo IAB Forum, forse queste associazioni non hanno considerato opportuno avere questo genere di interlocutori, se non in modo superficiale, come nel caso del ministro Gentiloni al recente IAB Forum ("superficiale" è da prendere non come giudizio negativo ma come contrario di "non approfondito").
Mi rendo conto che questa opera non sia nella loro missione, per lo meno non in modo prioritario, ma in fin dei conti sono associaizoni che già esistono, sono formate da persone "esperte" e soprattutto hanno interesse a far si che internet venga regolata con loro seduti al tavolo.

Forse la cosa migliore sarebbe che esponenti di queste associazioni aderissero al progetto dmin.it, che, come appare sul sito, "è un gruppo interdisciplinare, aperto, senza scopo di lucro, che si propone di definire aree di interventi che consentano all’Italia di acquisire un ruolo primario nello sfruttamento del fenomeno globale Digital Media.

Web 2.0, Marketing 12:39 am

Continuo a ricevere visite al blog e in particolare al post Monclick: nuovo sito da ricerche su Google per l’espressione "codice promozionale monclick", andando a vedere ho notato che il mio blog è al secondo posto, e per arrivare in quella posizione è bastato un post inserito una settimana fa su un blog che non vanta certo accessi da blogstar.
Altra prova: ho cercato su Google "samsung k5": ebbene al primo e secondo posto appare il blog ufficiale di Samsung Italia, il minisito dedicato è al sesto, in mezzo post su diversi blog, tra cui la recensione apparsa su Gadgetblog.
Siccome possiedo anch’io un K5 e sono ancora in debito con Andrea della recensione, cercherò di farla appena possibile per vedere se anche questo post sarà ben visibile su Google.
Quindi un consiglio alle aziende che vogliono creare buzz e ottenere in fretta visibilità sui motori: se volete essere trovati inviate un gadget o un prodotto da testare etc. ai blogger, i loro post non solo illustreranno pro e contro del prodotto ai lettori del blog (sfruttando l’effetto noto come "long tail"), ma creeranno anche in breve tempo un’ottima visibilità sui motori di ricerca.

Web 2.0, Marketing 12:01 am

Riprendo il filone dei posto sul bottom-up band management per segnalare un articolo di Martin Lindstrom apparso oggi su ClickZ dal titolo "All Brand Power to the Consumer".
L’incipit dell’articolo incarna alla perfezione lo spirito del mio post "Bottom-up brand management: brand book 2.0":
"Remember what your brand manual looks like? You probably haven’t looked at it in years. After all, the days of being able to explain your brand in terms of the brand manual’s pages of detail are long gone, and so is the manual’s capacity for predicting the brand’s behavior."
Con spirito molto pragmatico Maretin consiglia tre tips per prepararsi al momento in cui "almost every successful marketing activity will be created and driven by the consumer":
Address the Decision-Making Process (necessità di avere il committment dal top mamangement ad ingaggiare conversazioni con le persone senza "censurare" le posizioni negative).
Break the Controversy Ice (necessità di avere una posizione precisa, che costituisca un elemento di discussione).
Participate in Instant Branding (necessità di essere velocissimi a proporre e reagire, cosa che rende obsoleti i tradizionali porcessi di comunicazione e PR).
L’articolo si conclude con una domanda un po’ provocatoria: "The consumer is ready to talk. Are you?"

Che dire? Non posso essere più d’accordo, e nei miei post "Bottom-up brand management" credo che questa sintonia sia molto evidente, penso proprio che acquisterò l’ultimo libro di Martin "Brand Sense" (IBS €24,33 - Amazon $17,16).

Web 2.0, Business, SocietàNovember 25, 2006 7:15 pm

Come tanti (veramente tanti) sto seguendo il caso dei video postati su YouTube relativi ad un episodio di bullismo e alle folli corse di un imbecille in moto su una strada aperta al pubblico.

Ovviamente non penso che bullismo, pedofilia, gare in macchina/moto, etc., siano nati con internet (per la moto chi vuole può leggersi il 6° capitolo di "Racers" scritto da Michele Lupi), e anzi in questi casi va ascritto ad internet il merito di averli fatti emergere e di aver permesso alle forze dell’ordine di rintracciare i presunti colpevoli.
Sono un po’ meno certo del fatto che la possibilità di vantarsi di certe bravate non solo con gli amici del bar ma con tutti il mondo (sia le botte al ragazzo di Torino che le impennate in autostrada sono stai video "Most Viewed") non abbia in qualche modo incentivato alcuni comportamenti, ma questo ragionamento è rischioso perchè allora andrebbe esteso a tanti prodotti/servizi (per esempio le telecamere digitali con le quali sono stati girati questi video, i computer, etc.).

Quello che però ho notato in diversi post è l’insofferenza verso la necessità di un sistema di regole che normi non tanto internet (anche perchè come dice giustamente Marco "Internet è come l’aria: non è responsabile di quello che trasporta") ma chi, al di là di tutti i romanticismi, chi con internet fa business o anche solo è utente di internet.

Venendo a Google (che vorrei ricordare NON è internet ed è proprietaria di YouTube) per me nei casi in oggetto non può dichiararsi "neutra" rispetto ai contenuti (e quindi del tutto non responsabile) per una serie di motivi.

Tecnologia
A differenza della sua funzione primigenia di search, Google (cioè YouTube) non "cerca" nè "indicizza" i video, ma invita gli utenti a caricarli sui propri server dove questi vengono conservati e da dove questi vengono erogati a chi ne fa richiesta.
Quindi YouTube è parte attiva nell’accesso a questi contenuti molto più di quanto non lo sia Google (inteso come motore di ricerca) verso eventuali siti web "illegali".

Business
Questo per me è il punto più importante: la missione di Google non è il progresso del’umanità, ma fare soldi con i quali far crescere il valore in mano agli azionisti, stop.
A chi non crede che sia così consiglio di leggersi (o vedersi) "The Corporation" dove questo assunto è alla base della critica a tutto il mondo delle multinazionali le quali per perseguire il proprio interesse economico hanno il "dovere morale" verso i propri azionisti di fare tutto quanto nelle loro facoltà.
Secondo questo approccio, Google è una multinazionale quotata in borsa ("public company") e quindi ha il dovere di cercare il profitto, che nel caso di YouTube è funzione pressochè diretta della quantità di clic sugli AdSense che la stessa Google associa ai video erogati secondo una catena del valore nella quale più video visti = più AdSense = più clic degli utenti = più soldi pagati dagli inserzionisti a Google (ovviamente i fattori di conversione sono estremamente variabili, ma il modello di business "di base" è questo, poi ci sono i canali speciali, le sponsorizzazioni, etc.).
Avendo letto che i video incriminati sono stati dei video "Most viewed", quindi è probabile che abbiano fruttato a Google un bel po’ di dollari di AdSense, soldi che come tutti sanno non puzzano e sono buoni a prescindere dalla provenienza (non  mi risulta che Google abbia annunciato di restituirli agli inserzionisti o di devoleverli a forme di beneficenza.

La domanda da 1 mln di $
Allora la mia domanda è: se Google, utilizzando una sua piattaforma tecnologica, con questi contenuti "discutibili" genera guadagni per sè stessa e i suoi azionisti può dichiararsi "non responsabile"?
Secondo me no, a meno che Google non sia una S.R.A. (Società a Responsabilità Altrui) che scarica le responsabilità sugli utenti "rei" di aver postato i video, ma che trattiene comunque i guadagni che questi video generano.

Conclusione
Non sono nè un giuduce nè un politico, ma sono comunque un "addetto ai lavori" che ha tutto l’interesse che la "diversità" di internet finisca presto, per cui credo che internet, come tuti i fenomeni globali, abbia bisogno di regole appunto globali, che tengano conto dell’enorme potenziale positivo, ma anche di quello negativo legato agli utilizzi deteriori.
Chiaro che non sono particllarmente fiducioso vista la qualità della classe politica non solo italiana, fatta da persone con una scarsa cultura di questi fenomeni e molto più interessati al proprio tornaconto o al massimo di quello della propria fazione o nazione. 

Conclusione 2
La seconda conclusione riguarda la pessima figura, almeno secondo il mio punto di vista, fatta da Google Italia: possibile che l’azienda icona del Web 2.0 gestisca la comunicazione su questi episodi con uno striminzito post sul suo blog ufficiale dal tono molto simile al classico "siano stati fraintesi"?
Sinceramente la facevo un’azienda un po’ diversa, meno male che con il post del 21 novembre mi avvertono del fatto che hanno rilasciato Google Earth in italiano… hai ragione cara Google, non avrei mai pensato "che il 3D potesse diventare ancora più cool?"

Web 2.0, Marketing, SocietàNovember 24, 2006 4:58 pm

Dalle sempre utili e-mail di ClickZ un bellissimo articolo sul valore "di marketing" dei social network.
L’articolo ruota attorno al concetto per cui "there’s a community for everyone", e quindi questo dà agli uomini di marketing un canale di comunicazione diretto con gli appartenenti alle diverse community, a patto che il messaggio sia rilevante e che si rispettino le "regole" dela community: si entra se si viene invitati e ci si comporta bene ("Once in, you still can’t shout or be too pushy").
La conclusione dell’articolo è categorica:
"It’s only a matter of time before most purchases with any sort of decision analysis are made largely based on what is learned online, with the majority of this taking place in highly-focused, not mass, social networks. Savvy marketers are heading there now."

Però la frase dell’articolo che mi ha fatto davvero impressione è questa:
"kids in Amsterdam no longer refer to MySpace by name. Instead, they just say "slash" and the profile name. Everyone automatically knows that "slash Hans" refers to Hans’ MySpace profile".
In una situazione del genere i "signori del 30 secondo" li vedo un po’ male…

Web 2.0, SocietàNovember 23, 2006 12:51 pm

Da una bella chiacchierata di ieri sera con Federico, è uscito uno spunto molto interessante: in questo momento si parla tanto di Wiki, cioè di "What I Know Is", ma quando questo concetto si applica a cose in divenire, come appunto il tema riassumibile in "Web 2.0", forse è meglio parla di "Witi", cioè di "What I Think Is".

Io trovo estremente utile una piattaforma come la Wikipedia, però la sua utilità è in qualche modo "classica": ho un’esigenza di conoscenza e lì trovo, se non proprio la summa, almeno un primo livello di informazione/sapere che mi permette nell’80% dei casi di risolvere l’esigenza e, per l’altro 20% probabilmente mi aiuta a risolverla dandomi elementi, fonti, etc.
Ma uno dei punti di forza del social web è proprio l’accesso alle opinioni delle altre persone, opinioni che possono servire a mettere in dubbio le nostre convinzioni e dalle quali far scaturire nuove idee o nuovi livelli di generazione di altre idee.
Il punto è proprio nella parola "generare": perchè ci sia "generazione" e non solo "consolidamento" e "messa a disposizone" del sapere, è necessario che la partecipazione delle altre persone al processo generativo sia un presupposto e non una possibilità.

Questo approccio porta ad una concezione bottom-up della costruzione del sapere secondo una logica "open source" che a mio avviso sarebbe un tema da far svolgere a qualcuno di più bravo (esempio).

Design, Experience 12:04 am

Quella della user experience riferita all’acquisto di un prodotto è una filiera abbastanza lunga e, soprattutto se il prodotto è di un certo valore e/o comporta un certo coinvolgimento emotivo, spesso è un’esperienza anche piuttosto gratificante.
Questo post di "Three minds @ Organic" si concentra su uno dei momenti più piacevoli: quello dell’apertura della scatola e quindi di abbattimento dell’ultimo diaframma che si frappone tra noi e la definitva presa di possesso dell’oggetto acquistato.
Io ho ben presente il momento in cui sono tornato a casa dall’ufficio sapendo che avrei trovato il pacco contenente il mio iMac, e memore delle sensazioni di piacevolissima sorpresa provate quando ho aperto la scatola del mio primo iPod, pregustavo il momento in cui avrei aperto il pacco, immaginandomi, come poi è stato, di trovare una perfetta disposizione dei vari componenti, i classici adesivi con i logotipi di Apple, etc., esperienza che si è conclusa degnamente con la comparsa di un bel "Welcome" appena acceso l’iMac.

 

Proprio perchè immaginavo che sarebbe stata un’esperienza piacevole ho fotografato tutte le varie fasi, creando così una delle "unboxing sequence" che ormai sono una presenza costante di blog quali Engadget e Gizmodo, fino ad arrivare a blog, come Unbox.it e Unboxing.com, dedicati interamente alla "unboxing ceremony".

Nel post in oggetto ci sono un paio di spunti interessanti, innanzitutto il fatto che le sequenze in qualche modo permettono di vivere l’esperienza di approccio ad un prodotto ambito anche quando questo non è ancora in nostro possesso, per esempio negli ultimi giorni sono fiorite le unboxing sequence relativa alla PS3 e alla Wii.
Ma lo spunto più interessante è questo e lo riporto per intero in inglese:
Unboxing is a component of the tribute media experience as loyal brand/product fans create, share and comment on social media to express their appreciation (or attack a competitor). Does unboxing help promote a consumer experience, we think so, and a lot of our clients are paying close attention to how a consumer feels about their product’s unboxing experience and the comments that ensue from the community - think of it as focus group, but without anyone influencing the opinion.

Adesso la domanda è: quante aziende italiane progettano l’esperienza dell’apertura della confezione dei loro prodotti con l’intento di farne un’esperienza memorabile che sia parte integrante della user experience complessiva?
Io ne conosco una: Fiordimela, azienda che vende online strudel di pasticceria consegnati a casa dentro una cassetta di legno e accuratamente confezionati (con tanto di sigillo di ceralacca) per garantirne integrità e fragranza.

del.icio.usNovember 22, 2006 5:28 pm
Personali 10:32 am

Sul Corriere.it ho letto questo articolo: "Forza Italia, la «spallata» è già sul web", l’oggetto dell’articolo è il sito Scendoinpiazza.it, sito della Casa delle Libertà (prima o poi dovranno spiegare perchè al plurale) dedicato alla manifestazione del 2 dicembre a Roma.
A parte il design, il sito è molto "Web 2.0": la webcam (non ancora attiva) che farà vedere i lavori di allestimento della piazza, i banner da mettere nel proprio sito, i video virali per prendere in giro Prodi, la possibilità di inviare foto e video della manifestazione, etc.
Ma la vera "killer application" (forse a supplire la mancanza del "killer politico" lamentata ieri da Berlusconi) è "Cosa vorresti dire a Prodi", una rivisitazione della "One million dollar homepage" dove, al posto di pagare per inserire la propria pubblicità, agli utenti è data la possibilità di scrivere un messaggio e di appiccicare sul faccione di Prodi un quadratino, così facendo a poco a poco dovrebbe apparire un’immagine di uno striscione con su scritto "Basta tasse".
Che dire? Tralasciando le opinioni politiche, mi sembra comunque un esperimento interessante di utilizzo del web per finalità politiche, anche se a mio avviso l’applicazione "Cosa vorresti dire a Prodi" a mio avviso non ha nè la forza nè la qualità delle iniziative di Rifondazione Comunista (i post-it e le cartoline "quello che…").
Sono curioso di vedere se il faccione di Prodi verrà ricoperto completamente, adesso come adesso la strada sembra ancora lunga…

Web 2.0, Business, Marketing 12:32 am

Anche a seguito dello IAB Forum, si parla molto di corporate blog: da un parte c’è chi, come Mauro Lupi, sostiene che i corporate blog sono cosa buona e giusta (nel giusto contesto aggiungo io, che comunque sto da questa parte), dall’altra chi invece, come Mascetti, li ritiene completamente inutili almeno dal punto di vista del ritorno sull’investimento.
A giudicare da questa lista di CEO blog però mi sembra che ci siano fior di aziende che nei blog vedono una certa utilità, a questo proposito io ho due considerazioni sul "perchè si" ai corporate blog.
Prima però sgombriamo il campo da possibili equivoci: non sono un romantico nè un templare del Web 2.0, per cui mi rendo conto abbastanza bene che è molto improbabile che qualcuno si precipiti al supermercato a comprare la scarta igienica dopo aver letto il blog del CEO dell’azienda produttrice, per questo premetto anche che ci sono anche tanti "perchè no ragionati" ai corporate blog (mentre non accetto i "perchè no assoluti", perchè come dicono i miei bambini "perchè no non è una risposta"…).

La prima considerazione riguarda i corporate blog veri e propri, cioè quelli in cui il proprietario dell’azienda, il CEO o comunque un alto dirigente, condivide la propria visione del mondo, anzi oserei dire (visto che questo è il mio blog oso…) la propria weltanschauung.
A mio avviso si possono permettere di tenere un blog di questo genere solo le aziende che hanno una posizione ben precisa (sul business, sul loro ruolo nella società, su temi specifici legati ai loro prodotti, etc.) e che non si vergognano a dichiararla; in questi casi il blog è lo strumento ideale per divulgarla e discuterla a aptto che ci sia la massima franchezza e trasparenza.
L’esempio che a mio avviso incarna meglio questo tipo di blog è quello di M. E. Leclerc (il blog in realtà è parte di un sito più articolato), proprietario dell’omonima catena francese di supermercati, che usa il blog per raccontare senza peli sulla lingua il suo approccio al sistema dei consumi.
Anche se non conosco benissimo il francese, lo stile molto diretto e personale mi fa pensare che sia tenuto da M.E.L. in persona e che non ci sia un "ghost blogger", altri elementi positivi sono la frequenza di posting è molto alta (oltre 10 post/mese), e la possibilità di commentare (con M.E.L. che partecipa assiduamente alla discussione).
Un altro progetto che va in questa direzione è Ford Bold Moves, il sito con il quale Ford documenta gli sfrozi che sta facendo per uscire dalla crisi. Anche qui prevale un tono "real real", senza forbitismi da PR. con una rassegna stampa senza censure e che spesso privilegia come fonti i blog anzichè i media tradizionali.

La seconda considerazione a favore dei corporate blog riguarda un’accezione più "markettara", ovvero un blog pensato per testimoniare il flusso continuo di novità (lanci di prodotto, eventi, campagne, etc.) che l’azienda "produce".
E’ evidente che questo tipo di blog è adatto ad aziende molto attive e con molte cose da comunicare, l’esempio a me più presente è il blog di Samsung Italia (gestito dall’amico Andrea) dove con un tono assolutamente fuori dai canoni della press release, Andrea racconta cosa succede in casa Samsung.

Una via di mezzo tra le due forme appena descritte è a mio avviso il blog di Federico Minoli, CEO di Ducati: in questo blog la visione del manager e la passione del tifoso si fondono animando discussioni cha vanno dai prodotti all’attività sportiva, veramente un bel progetto.

In conclusione: ben vengano i blog aziendali purchè non siano figli di una moda passeggera ma siano parte di una strategia di relazione e comunicazione chiara,
 

Design, Marketing, ArteNovember 21, 2006 6:34 pm

Il tema della mass customization, ovvero della possibilità di personalizzare beni di consumo di massa, ha molte affinità con quello del bottom-up brand management, e a mio avivso si riallaccia al mio post di ieri sul brand book 2.0, cioè sull’opportunità per le aziende di definire dei linee guida di brand management più che delle regole rigide per permettere agli utenti di personalizzare i prodotti restando all’interno dell’equity della marca.
Federico contribuisce all’argomento suggerendo che il "classico" brand book "prescrittivo" non deve sparire, ma si deve dotare di una parte "generativa" nella quale rendere disponibili gli elementi base della brand architecture e magari anche dei tools veri e propri (es., famiglie di caratteri, elementi da embeddare nel proprio sito, etc.), il punto è correttissimo e rimette le cose in una prospettiva più malleabile per le aziende abituate ad un brand management top-down.
Un buon esempio di questo approccio viene da Motorola che nel tentativo di associare alla propria marca il concetto del "colore", ha lanciato sul suo sito USA tre iniziative molto interessanti.
La prima è pensata per permettere all’utente di scegliere il proprio telefono nel colore che meglio si sposa con il proprio stato d’animo ("The mobile to match your mood").
Alla base c’è un tool grafico che permette di creare dei disegni semi-random: l’utente sceglie il colore da una palette predefinita, quindi cliccando e trascinando il mouse il sistema genera delle forme non del tutto predicibili e intanto mostra all’utente la scelta di telefoni che meglio si addicono all’opera d’arte che sta creando.
Il risultato può quindi essere salvato ed esportato come desktop + screensaver per il PC o come sfondo per il cellulare, qui sotto trovate un esempio dell’output che si riesce ad ottenere:

 

La seconda, MAKEITMYMOTO, è un po’ meno spettacolare ma ancora più radicale in quanto consiste in un software da scaricare ed installare sul proprio PC mediante il quale creare degli adesivi da attaccare sul proprio telefono Motorola.
Si tratta evidentemente di un perfetto esempio di mass customization in quanto il risultato sarà veramente unico dal momento che è possibile importare immagini, miscelare colori, etc.
Per i più pigri (o meno creativi) sono comunque disponibili dei layout già pronti da stampare e attaccare, per esempio con i colori e i simboli delle squadre della NFL.
La terza iniziativa è KALEIDOSCOPE, una applicazione online realizzata con l’online artist Joshua Davis che permette di creare opere d’arte utilizzando la metafora del caleidoscopio.
Anche in questo caso il risultato può essere salvato ed esportato per personalizzare il PC e/o il cellulare

La cosa interessante è che tutte e tre le iniziative fanno leva 2 concetti: colore e personalizzazione che a loro volta si traducono in attributi di marca di modernità, hipness, fuori dagli schemi, etc.

Questa ridefinizione della brand perception di Motorola, che prende le mosse dal nuovo corso del product design voluto da Jim Wicks, VP Consumer Experience Design (articolo su FastCompany), sta ridando lustro ad un’azienda storica (circa 80 anni di storia), che disponeva di un’ottima reputazione buona per la fase "solo business" del mercato dei telefoni cellulari, ma di un basso "cool factor", indispensabile per avere successo in un mercato dove il cellulare è spesso visto alla pari di un accessorio di moda.

Design, Arte 10:42 am

Il global warming è un fenomeno preoccupante, per attirare l’attenzione su di esso l’agenzia "The Glue Society" ha realizzato questa eloquente opera d’arte:

 

Difficile non notarla e soprattutto non pensare a come sarebbe brutto il mondo senza il nostro gelato!

Design, Marketing 12:40 am

Il tema del "bottom-up brand management" mi sta davvero appassionando, e oggi parlandone con il mio interlocutore di un’agenzia web con la quale stiamo lavorando, è uscito un concetto molto interessante relativo al "brand book" (o "brand manual").
Il brand book è un documento emanato dall’azienda che ha lo scopo di normare la gestione del brand in tutti i suoi aspetti: dal corretto design del logo alla sua applicazione nei vari contesti, dal lettering ai colori "ufficiali", etc.
Allora parlando con Gianluca siamo arrivati al punto per cui se è vero che i processi di bottom-up brand management esistono a prescindere dalla volontà "normativa" dell’azienda, allora forse la concezione classica di brand book è da considerarsi superata in quanto tendenzialmente rigida, nota solo all’interno dell’azienda e comunque limitata come applicabilità, non essendo prevedibili tutti i contesti di declinazione/applicazione del brand che le persone saranno in grado di definire.
Allora l’idea è quella che il brand book "2.0" debba passare da un approccio "normativo" ad uno "generativo", ovvero deve essere pensato come ad un insieme non di regole assolute, ma di linee guida e addirittura di spunti che aiutino le persone ad applicare la marca secondo gusti ed esigenze personali.

Mi rendo conto della difficoltà ad immaginarsi un lavoro del genere, è molto più facile definire un set di regole e dire che tutto quando non espressamente normato dal brand book è da considerarsi sbagliato, in realtà gli esempi di come sia possibile individuare un approccio di questo tipo esistono: Apple a mio avviso potrebbe esserlo, Mini anche (per un concorso ha messo a disposizione gli elementi della marca), idem Absolut Vodka.
Tutti questi casi sono connotati da un fattore comune: l’estrema semplicità e forza della propria brand image, fatta di pochi elementi, estremamente forti e facilmente ricombinabili; questo fa si che sia abbastanza probabile che eventuali tentativi di bottom-up brand management generino risultati in linea con il look&feel delle esecuzioni top-down generate dai brand manager ufficiali.

Queste false pubblicità per Apple iPod non rispettano al 100% i canoni della marca (es., il lettering), ma ciò nonostante sono immediatamente riconducilbili alla campagna di iPod, e soprattutto è facile immaginarsi che l’autore sarà rimasto molto soddisfatto della sua opera e avrà senz’altro provveduto a inoltrarla a parenti e amici:

 

In questo sito dedicato alla famosa e interminabile campagna Absolut Vodka esiste un’intera galleria dedicata agli "spoof ads", ecco un paio di esempi:

 

Di Apple mi piace anche ricordare che all’interno delle confezioni dei prodotti è sempre presente un foglio di adesivi con la famosissima mela (una volta colorata adesso bianca), adesivi che si prestano benissimo per essere attaccati su meno nobili ed esclusivi notebook (per eseguire una Apple-ization) o per irridere alla reale marca del pc:

 

Questo libro: "Brand Hijack: Marketing Without Marketing" dovrebbe approfondire adeguatamente il tema, dico "dovrebbe "perchè ammetto di non averlo letto ma di averlo sentito citato per questi apsetti dal prof. Cova nel corso del workshop UPA del 26/10/2006 (comunque da allora è nella mia wish-list di Amazon.com, anzi, visto che ci stiamo avvicinando a Natale, se
qualcuno volesse provvedere, potete lasciare le offerte nello spazio dei commenti…).

Design, Business, MarketingNovember 20, 2006 11:22 pm

Una allegra mail mi comunica che è online la nuova veste del sito Monclick.it, in calce alla mail c’è anche un codice promozionale che inserito al check-out mi fara un bello sconto.
Io da tempo mi dico che mi serve assolutamente un navigatore satellitare e quindi vado a dare un’occhiata al sito rinnovato.
La prima impressione è piacevole: dal clutter della versone precednete si è passati ad un uso meno intensivo dello spazio, sia per la presenza di meno elementi, sia per una grafica più leggera (e vagamente "2.0" sia come design  sia per l’utilizzo di AJAX o simili).
Purtroppo sono rimasti alcuni aspetti di usabilità a mio avviso migliorabili: il numero infinito di clic per arrivare ai prodotti, la lista prodotti limitata a 5 per pagina che non permette un colpo d’occhio sul’offerta, il fatto di avere accesso diretto solo alle prime 5 pagine, e altre cosette tutto sommato fastidiose ma non devastanti.
Mi piace invece la chiarezza con la quale sono trattati aspetti importanti per un servizio di eCommerce come spedizione, resi, etc., ben fatto anche il carrello (anche se non ho proceduto ad un acquisto) e molto positivo il fatto che accetti pagamenti via PayPal.
A questo primo approccio mi sembra che il redesign rappresenti un passo avanti, certo siamo ancora ben lontani dal "modello" Amazon.com: niente commenti, niente suggerimenti sulla base del comportamento degli altri utenti, niente insomma di quelle funzionalità che contribuiscono a creare una piacevole esperienza d’acquisto online.

Business, Marketing 6:23 pm

Oggi mi è arrivata una copia di mediaforum (sic) dove in prima pagina campeggia il roboante titolo "IAB Forum: internet un nuovo Eldorado". La data di uscita è il 7 novembre, quindi l’articolo anticipa i contenuti del forum immeggiando più volte al +50,5% di crescita del mercato rispetto al 2005.Da pagina 40 in avanti si sussuegono un articolo (titolo "Il nuovo Eldorado", ma qual era quello vecchio?), una serie di 8 mininterviste ad altrettanti protagonisti del mercato dell’online adv in Italia, infine lo speciale si conclude con un articolo sullo IAB Global Summit di New York nel quale Layla Pavone ricorda l’obiettivo "ten after ten", ovvero di arrivare al 10% del mercato entro il 2010.
Mi sembra molto corretto il punto di Layla sulla necessità di un sistema di misurazione degli investimenti condiviso tra i diversi paesi e che magari includa il search engine marketing che, secondo Marco Caradonna di FullSIX, valgono in Italia oltre 100mln di euro.

A parte il titolo l’articolo nel complesso è discreto, chi vuole può scaricarlo in PDF dal sito di mediaforum (richiede registrazione). 

del.icio.us 5:28 pm
del.icio.usNovember 18, 2006 5:24 pm
Web 2.0, Arte, Inutili 4:48 pm

Questo blog, che va a pieno titolo nella categoria "Inutili", raccoglie tantissime esempi di "generatori", cioè di applicazioni, tipicamente online, che a seguito di input dell’utente generano una foto, una frase, etc..
L’ho trovato mentre cercavo un generatore di codici a barre, e una volta trovato non ho potuto fare a meno di provare a generare un po’ di tutto:
Hierog-lize: il nome di questo blog ai tempi dei faraoni
 

Neon signs: un insegna per il blog

 

ChurchSigns: amen
 

Error Message Generator: e adesso?

 

Ma il più artistico è questo, che trasforma un set di dati personali in una composizione alla maniera di Mondrian.

Web 2.0, Marketing 1:09 pm

A proposito di corporate blogs (altro tema del quale si discute molto) ho scoperto poco fa questo di Nike dedicato al basket, o meglio al "loro" basket, cioè alle loro scarpe e agli atleti che le indossano o le hanno indossate.
Non so se questo sia un "vero" blog o un "flog" ("fake-blog", come quello di Bonduelle), sicuramente non è uno "splog" ("spam-blog"), quello che posso dire è che è davvero ben fatto a cominciare dal template, e, vista la quantità e qualità dei contenuti, la rispondenza assoluta alle linee guida della brand image e quindi l’obiettivo dichiaratamente promozionale, mi verrebbe da definirlo un "mlog" (cioè "marketing-blog").
Purtroppo non è possibile commentare i post, e questo è un peccato perchè, al di là delle considerazioni blog-filologiche, credo che a tanti piacerebbe lasciare un commento su Moses Malone o sulle Air Force (ne ho consumate diverse paia sul playground della Cittadella a Parma).

Sempre in tema di Nike e blog, segnalo un altro paio di esempi piuttosto interessanti, da notare che sono entrambi francesi, una ulteriore testimonianza della maturità ormai raggiunta dalla blogosfera transalpina.
Il primo è "Inzebuzz.net", una piattaforma collettiva di blogging dedicata al famosissimo progetto Nike+, il prodotto congiunto Nike/Apple dedicato ai runners che consente di interfacciare le scarpe Nike predisposte all’iPod Nano per trasformare quest’ultimo in un allenatore personale.
L’idea è molto interessante e si articola in due fasi: a partire da circa un mese prima del lancio in Francia dello sport  kit, Nike ha dotato 20 corridori di tutto il necessario affinchè lo provassero e descrivessero sul blog le loro impressioni; dal 1° novembre, giorno del lancio, il blog è diventato pubblico e chiunque può partecipare.
L’utilizzo del blog collettivo in questo contesto appare estremamente naturale in quanto il servizio web sul quale scaricare i propri risultati dispone di diverse funzionalità di community (per esempio la possibilità di sfidare a distanza altri runners), e inoltre prevede che alcuni testimonial eccellenti, tra cui Lance Armstrong, raccontino il ruolo che la musica ha nella loro attività sportiva (su Inzebuzz.net è disponibile una testomonianza di Loic Le Meur - definito "Le gourou des Bloggeurs français" - sugli effetti postivi della corsa anche sulle performance sessuali…)
Il secondo esempio è "The Daily SNKR", un blog collettivo "made with the support of Nike" che permette a chiunque di raccontare la passione per le scarpe Nike, scrivendo le proprie storie, descrivendo la propria collezione, etc.
Il blog faceva parte di un’azione 2004-2005 di Nike dedicata alle scarpe da basket di stile retrò, quindi terminata l’azione il blog è stato congelato.
Consiglio di fare un salto sul sito dell’agenzia che lo ha realizzato, BlogAgency, per vedere gli altri progetti realizzati dall’agenzia (Andrea: guardati questo per Samsung).

Credo che questa strada dei "mlog" o adver-log sia una strada che molte aziende possono intraprendere, parlando in prima persona dei propri prodotti e servizi e soprattutto facendo parlare le persone che di questi prodotti e servizi sono (o saranno) i consumatori.

Design, Marketing, Arte 11:02 am

Il concetto di "brandscape", cioè di paesaggio fisico definito dai brand che lo popolano, era stato anticipato nel 1977
dal libro "Learning from Las vegas" di Robert Venturi e Denise Scott-Brown, descrivendo come la "vera" Las Vegas
è visibile solo quando i neon degli alberghi e dei casino sono accesi.
Adesso "Kapitaal" un video del collettivo olandese "StudioSmack" va oltre "spegnendo la città" e lasciando solo le insegne pubblicitarie e gli elementi di comunicazione visiva (es., segnali stradali) per dimostrare la quantità di stimoli visivi ai quali siamo sottoposti quotidianamente..
Il risultato è molto interessante e dimostra il tasso di "inquinamento visivo" (definizione contenuta nella "Carta del progetto grafico" PDF) delle nostre città.

Il brandscape è un concetto che si applica non solo al paesaggio e all’architettura: infatti le marche e in generale gli atti di consumo sono fattori che sempre più spesso usiamo per definirci anche come individui (definendo i nostri "Lovemarks") e sempre più spesso anche come comunità (es., i BMWisti).

P.S.
a proposito di Lovemarks, questo è il mio…

InutiliNovember 17, 2006 11:16 pm

Dopo la sorpresa per la visita da Yahoo! Taiwan oggi scopro ben 6 visite da Google come output di ricerche fatte con keyword "vanghetto"… evidentemente il "tema" lanciato da Malgara allo IAB Forum è sempre più caldo!
Vado a eseguire la ricerca e vedo che il mio post dedicato al "vanghetto" compare al secondo posto, tra quello di Layla Pavone e quello di Luca De Biase.
La cosa ancora più sorprendente è che c’è chi è disposto a pagare (pagare?) per piazzare un keyword ad per la famigerata espressione, destinata probabilmente a diventare il tormentone dell’inverno 2006-2007 nel dorato mondo della gnueconomi 2.0.

P.S.
Questo post inaugura in grande stile la categoria "Inutili".

Marketing, ArteNovember 16, 2006 11:34 pm

Ecco un altro esempio di bottom-up brand management che riguarda le auto: Shannon Larratt è un ragazzo canadese appassionato di "body modification", e sul suo blog (warning: alcuni contenuti potrebbero non incontrare il gusto di tutti) racconta come ha deciso di dipingere la sua Porsche con una bella mimetizzazione…

 

Il motivo? Semplice: "Mostly I want it to be unique and make kids laugh".

A mio avviso questo è un esempio di "de-branding" ancora più potente rispetto al bollo nero applicato sullo "swoosh" delle scarpe Nike, anche se leggendo i post di Shannon non sembra esserci nessun atto di accusa nei confronti della Porsche e/o del sistema dei consumi, piuttosto ci vedo una critica di tipo situazionista, come teorizzato alla fine degli anni ‘60 da Guy Debord nel suo "La società dello spettacolo".

Marketing 11:00 pm

Oggi ho ricevuto una DeM da NikeID che si è fatta notare immediatamente nella mia inbox grazie alla subject line:
Supporta la tua squadra di calico 

E vabbè, un refuso in una subject line può capitare, cosa vuoi che sia… comunque visto che in generale le cose di Nike piacciono, ho aperto la DeM, ve la propongo:

 

Aaaargh!!!
L’errore c’è anche nella headline della DeM, scritta tutto in un bell’Helvetica maiuscolo e giallo.

Secondo me questa DeM è stata realizzata con un word processor impostato sulla lingua inglese che forse corregge automaticamente la parola "calcio" in "calico" (che in inglese ha un sacco di significati), mi viene da dirlo perchè vedo che l’articolo "i" è per due volte scritto "I", tipico intervento del correttore automatico.

La DeM è tuttora (ore 22:45 del 16/11/200&) visibile come pagina web, io avrei segnalato volentieri la cosa a Nike, ma in fondo alla DeM si legge:
PER FAVORE NON RISPONDERE:
In questo momento non siamo in grado di rispondere a questo indirizzo e-mail.

P.S.
Colgo l’occasione di questo post per chiedere scusa per i refusi che troverete in questo blog

Marketing 7:28 pm

Lo spunto per questo post viene da un sito scovato per caso, nel quale un signore americano, Jimmy, ha raccolto qualche decina di esempi di quelli che lui definisce "BMW nightmares", ovvero interventi effettuati dai proprietari sulle proprie auto BMW (e addirittura non-BMW) per migliorarne l’aspetto e/o le prestazioni.
Si tratta di fenomeni tendenzialmente messi in atto da persone che hanno un approccio positivo alla marca, anche se spesso i risultati, come documentato nel sito, sono alquanto discutibili, e molto probabilmente vengono visti molto male dai tutori del "top-down brand management", ovvero i brand manager ufficiali di BMW.
Dal punto di vista del bottom-up brand management, il sito permette di individuare 2 tendenze di fondo: la "iper-brandizzazione" (hyper-branding) e l’applicazione di un band ad un prodotto che nulla ha a che fare (brand-overimposing), in questo caso è più comodo definirlo come "BMW-izzazione".

Iper-brandizzazione
La iper-brandizzazione risponde alla volontà di dimostrare il proprio attaccamento alla marca, tipicamente esaltandone alcune caratteristiche formali (per esempio la griglia a 2 lobi, vero e proprio trademark BMW) o di vissuto/percepito (per esempio l’esaperata caratterizzazione sportiva).
Esempio di iper-brandizzazione:

 

Brand-overimposing (BMW-izzazione)
La BMW-izzazione invece ha come scopo quello di far credere di possedere una BMW quando in realtà si possiede un’auto diversa, esempio di BMW-izzazione di una Acura (Honda):

 

A cavallo tra le due si colloca la tendenza ad applicare alla propria auto una targhetta di un modello superiore, nel caso della BMW il caso tipico è l’applicazione del marchio "M" che contraddistingue le auto preparate dalla divisione Motorsport.

Dal sito di Jimmy esce però un’altra tendenza, questa forse più gradita dalle aziende, ovvero come ci siano persone (Jimmy appunto) che stigmatizzino questi processi indebiti di appropriazione del brand da parte di persone che, aloro modo di vedere, non hanno le competenze (direi la "cultura") per farlo.
aaa 

Comunque anche Jimmy è un hyper-brander: ha "migliorato" la sua BMW 540i montando un turbo non originale e apportando diverse modifiche estetiche, ma evidentemente ritiene (come probabilmente tutti gli hyper-brander da lui stroncati) che i suoi interventi accrescano lo status della sua auto e quindi della marca.
Interessante notare che Jimmy appone alla sua BMW il logo del preparatore ("Dinan" che per ironia della sorte è scritto come le attuali targhette della auto VW…), evidentemente attribuendo a questo un poter iper-definente rispetto al logo BMW simile, o forse ancora maggiore, al logo "M" ufficiale ma, per Jimmy, banale:

 

Personali 11:42 am

Guardo nei referers al mio blog e vedo che ho una visita generata da una ricerca sulla versione taiwanese di Yahoo! per l’espressione "barcode" UPA… vado a vedere e noto che sono al secondo posto tra i risultati di ricerca, allora provo a mettere la stessa espressione di ricerca in Google e lì scopro addirittura di essere al primo! (ad essere corretti non è il post ma il feed creato da Feedburner)
Probabilmente il taiwanese cercava "barcode UPC" o "barcode UPC-A" (sono due sistemi di codifica dei codici a barre) e quindi è una visita "inutile", però è incredibile come un post messo online non più di 15 giorni fa e che sarà stato visto al massimo da 50 persone sia ai primi posti sui principali motori di ricerca

Web 2.0, Marketing, AppleNovember 15, 2006 10:49 pm

Avevo promesso che sarei tornato su questo concetto ma non pensavo che l’avrei fatto così presto e con un argomento così forte: la campagna "I’m a Mac" di Apple.
Su YouTube ci sono diverse decine di rifacimenti (tipicamente parodie) dei film della campagna, e adesso c’è già chi pregusta una creatività che ancora non è uscita ma che è molto probabile uscirà: quella che confronta l’iPod con il nuovo arrivato Zune di Microsoft.

 

Questa anticipazione "user generated" mi sembra un segnale molto forte: da un lato testimonia la bontà della copy strategy e la sua possibilità di essere continuamente declinata, dall’altra testimonia la tendenza delle persone a appropriarsi della brand image delle aziende e a lavorare di testa propria con i concetti e con gli elementi distintivi.

 

Design, Marketing 5:03 pm

Grandioso uso di Flash nel sito worldwide dell’agenzia di pubblicità Leo Burnett.
Confesso di avere un mixed feeling rispetto a Flash: da una parte ne apprezzo le possibilità, ma dall’altra trovo che spesso sia usato male e a sproposito.
In particolare mi dà fastidio quando vedo Flash usato per cose per le quali non è lo strumento adatto, per esempio mostrare lunghi testi, e spesso noto la difficoltà con la quale i designer riproducono in Flash oggetti scontati come le scroll bar, uno sforzo totalmente inutile visto che l’output è di solito pressochè inusabile.
Chi ha fatto il sito di Leo Burnett invece ha cercato davvero di usarlo per dar corpo ad un’idea (alla base c’è comunque sempre bisogno di una buona idea) che non sarebbe stato possibile realizzare con altri strumenti.
Un ottimo esempio di utilizzo "sbagliato" (IMHO, ovviamente) di Flash è invece il sito italiano di Leo Burnett…

Business, Marketing 3:23 pm

Sul sito di IAB USA è stata pubblicata questa press release dedicata ai risultati del Q3 2006 del mercato della pubblicità online negli USA.
Ecco i punti salienti:
- il Q3 2006 vale 4,2 miliardi di $ (cioè 3,27 miliardi di €) ed è il record assoluto;
- la crescita rispetto al Q2 è del 2%, rispetto al Q3 2005 è del 33%;

Si tratta dell’ottavo quarter consecutivo di crescita del mercato, e il grafico sotto è abbastanza impressionante:

Molto interessante questa frase contenuta nel comunicato detta da David Silverman, partner di PricewaterhouseCoopers (la società che assembla il report a partire dai dati dichiarati dalle società che vendono pubblicità online):
"Interactive advertising, with its eighth consecutive quarter of growth and the largest single quarter ever, is on pace for its biggest year. This growth follows the trend of where consumers are spending their media time and the unique ability of Interactive advertising to effectively target and monitor ad campaigns."
Ecco forse allo IAB Forum oltre che parlare di sociologia e di vanghetti, si doveva parlare di più di media consumption, misurabilità del mercato e delle campagne, etc.

Business, Marketing 10:12 am

Bellissimo post sul blog della web agency Organic che con un paio di esempi rafforza una tendenza molto interessante che io definisco di "bottom-up brand management".
Questa tendenza fa si che il processo di brand management, che una volta era saldamente in mano alle aziende proprietarie del brand, adesso sia almeno nella stessa misura in mano alle persone che di quel brand (attraverso i prodotti) sono i fruitori.
Questa presa di potere da parte delle persone porta ad una serie di fenomeni di mutazione genetica del brand, che da marchio commerciale diventa sempre più icona e merce esso stesso (come a suo tempo postulato da Jean Baudrillard ne "Lo scambio simbolico e la morte") sostituendosi al prodotto che di fatto diventa un veicolo "neutro" dei valori del brand.
I fenomeni sono diversi, il post ne individua 2 molto interessanti che io definirei di "de-branding" (eliminazione del brand dai prodotti) e di "me-branding" (il "mio brand" al posto del brand su un prodotto che amo), che a mio modo di vedere superano in modo molto intelligente il famoso, ma massimalista, "no-brand" (in realtà "no-logo" e ad essere precisi non è esattamente la stessa cosa) postulato da Naomi Klein.
Il "de-branding" è un atto mediante il quale il consumatore modifica il marchio con un segno grafico di cancellazione evidente, qui un tutorial su come cancellare il logo Nike sostituendolo con un segno ben preciso, il "blackspot", che quindi assurge a livello di "contro-brand" e quindi di brand esso stesso (gli ideatori sono i "contro-creativi" di AdBusters).
E’ evidente che si tratti di un gesto contro i valori o meglio i dis-valori di cui il brand è portatore.
Invece il "me-branding" ha un valore di segno completamente opposto e consiste nella sostituzione del brand con un segno proprio, per es., il nome o il monogramma. Un esempio strepitoso è quello di NameYourPorsche.com, un’azienda olandese che realizza una targhetta custom da sostituire alla "banale" targhetta Carrera2 o Cayenne che adorna il posteriore delle vetture di Zuffenhausen.
Tornerò senz’altro sul concetto di "bottom up brand management" cercando di definire meglio l’ambito e di individuare ulteriori fenomeni a supporto.

Web 2.0 1:06 am

Mi capita sempre più spesso di imbattermi in log che appartengono al 9rules Network.
L’impressione è che si tratti di una specie di "aggregatore editoriale" di blog tematici a la Blogosfere.it per intenderci.
L’adesione al network sembra non richieda particolari requisiti, basta rispettare 3 semplici regole:
Great content, updated regularly. A nicely-designed site might draw readers in, but it’s the content that keeps them coming back.
The desire to improve your site and your skills.
A commitment to the 9rules community, whether that means helping fellow members or just giving advice to a new writer.
Molto chiare e senz’altro condivisibili le "9 regole" originali (2003) per far parte della comunità:
1) Love what you do.
2) Never stop learning.
3) Form works with function.
4) Simple is beautiful.
5) Work hard, play hard.
6) You get what you pay for.
7) When you talk, we listen.
8) Must constantly improve.
9) Respect your inspiration.
Mi piacerebbe approfondire perchè le regole sono proprio 9 anzichè, per esempio, le bibliche 10.

Design 12:47 am

Dopo la delusione di vedere il mio template tanto amorevolmente curato orridamente sbarellato in Explorer 7 ho deciso di rimettere mano al nuovo template investendo 10 minuti di Photoshop per rifare l’header e altri 10 minuti per un po’ di interventi lievi sui file del template standard.
Per ora non rimetterò l’orologio barcode e non perderò troppo tempo, meglio riservarlo ai post e ai commenti  ai blog più interessanti, in attesa del giorno in cui avrò anch’io il mio blog "serio".

Business, MarketingNovember 14, 2006 10:33 pm

Dopo tanto parlare di pubblicità su internet
come se ormai esistesse solo quella e fosse solo questione di ore la scomparsa dei mezzi classici, mi piace l’idea di un post dedicato al caro vecchio "manifesto", però anche lui in chiave "2.0".
Questo manifesto secondo me è strepitoso: l’occhio di destra (di chi guarda) è stato truccato con il mascara di Max Factor, quello di sinistra no, e infatti quando piove (veramente) cola…

 

E’ chiaro che funziona in paesi piovosi, altrimenti l’effetto si perde.
Si potrebbe replicare sul web invitando l’utente a sputare sul banner…

Business, Marketing 6:41 pm

Nei blog di chi si occupa di internet marketing è tutto un parlare di "vanghetto", ovvero di ricordare e criticare l’uscita del presidente di UPA, Malgara, alla giornata inaugurale dello IAB Forum; cito come esempi autorevoli il post di Layla Pavone, presidente di IAB Italia, e quello di Luca De Biase, capo-redattore di Nova24.
A mio modo di vedere è un bene che questa cosa sia uscita e mi piacerebbe che diventasse il pretesto per un confronto tra le associazioni (UPA e IAB ma anche Assocomunicazione, ADCI e altre) che cercasse di sgombrare il campo, da una parte e dall’altra, dai pregiudizi e dai falsi miti.
Io non credo che Malgara abbia usato l’espressione come sintomo di "paura del novo", dopo tutto lui rappresenta gli utenti di pubblicità, ovvero la categoria di chi dall’avvento di un nuovo modo di comunicare, più efficace, etc. avrebbero solo da beneficiare.
Credo di più alla battuta sfortunata (magari fatta con intento positivo, a ribadire una prerogativa che la TV non ha) legata forse ad un  pizzico di sufficienza verso un’industria che non ha ancora la credibilità che invece ha quella dei media tradizionali, fatta da persone con 20 o 30 anni di carriera. Certo che la battuta stride molto con quanto sentito pochi giorni fa proprio in casa di UPA: in quell’occasione quasi tutti gli interventi sono sembrati di buon spessore e non ho ravvisato "paura" nei confronti del nuovo nè improprietà nell’affrontarlo, anche per questo propendo per la battuta infelice (che comunque mi ha lasciato parecchio basito).

Per la cronaca, un bel "vanghetto" era in vendita su eBay, non costava neanche tanto (base d’asta a €20) ed è andato invenduto: che l’inserzionista non abbia utilizzato bene le leve dell’internet marketing?

Web 2.0, Business, Marketing 12:20 am

Negli USA sta per uscire il film "Fast Food Nation", tratto dall’omonimo libro di Eric Schlosser.
In questo libro (e suppongo il film faccia altrettanto) il giornalista americano passa in rassegna tutti gli aspetti dell’industria del fast food, dalla macellazione, agli impatti sociali dei "MacJobs", tracciandone un quadro non proprio piacevole (alcuni capitoli non sono consigliati ai deboli di stomaco).
La cosa interessante sono i risvolti di marketing di questo libro/film: l’industria del fast food teme di subire un nuovo shock come quello subito nel 2003 quando uscì il famoso film "Supersize Me" di Morgan Spurlock, non posso giurare sulla correlazione, ma mi sembra molto sospetta la caduta del titolo MCD nel 2003:

 

Questa volta infatti l’industria del fast food ha deciso di non farsi trovare impreparata e ha quindi messo in campo una serie di contromisure sul piano della comunicazione e delle PR.
Sul web le più rilevanti a mio avviso sono il progetto Best Food Nation (varato da una serie di associazioni di categoria) e la sezione "Our Values" del sito corporate McDonald’s.
Entrambi i progetti prevedono un blog: ma mentre quello di Best Food Nation è generico, e consta di 2 soli post, uno di giugno e uno di novembre 2006, quello di McD’s è specifico sul tema della Corporate Social Responsability, ha numerosi post e soprattutto è dichiarato che l’autore è Bob Langert, VP per la CSR di McDonald’s.
Questa strategia preventiva di McD’s sembra essere globale, infatti al recente workshop UPA di cui ho parlato in un post precedente, è stata l’oggetto dell’intervento di Luca Bon, Direttore Marketing e Comunicazione McDonald’s Italia, il quale ha espressamente indicato la volontà di McD’s di non "farsi trovare impreparati come nel caso di "Supersize Me"".

Personali, ArteNovember 13, 2006 11:31 pm

Ho un progetto perosnale: realizzare un’opera d’arte per il mio soggiorno.
Ovviamente non essendo un artista devo orientarmi su qualcosa di semplice, che possa cercare di "progettare" utilizzando uno strumento come Photoshop e quindi realizzare senza prima dover frequentare l’Accademia di Brera.
L’idea è quella di realizzare un grande codice a barre, oppure una serie di codici più piccoli da accostare, magari scegliendo alcune parole siginificative come fa il mio amico Scott Blake:

Un’altra idea è quella di riprodurre la proposta che l’architetto olandese Rem Koolhas ha fatto per la bandiera dell’Unione Europea (che è stata criticata proprio perchè sembra un codice a barre e quindi simboleggia il lato economico dell’unione e non quello storico, bla bla bla):

 

A me la bandiera di Koolhas piace: l’ha ottenuta affiancando e "stirando" tutte le bandiere dei paesi membri, a mio avviso rende perfettamente l’idea delle diverse culture ed indentità che si fondono in un unico "spazio".
Certo, potessi permettermi un Bacon, sarebbe tutta un’altra cosa…

Business, Marketing 10:36 pm

Leggo sul blog di Maurizio che un suo post sullo IAB Forum ha generato un interessante stream di commenti.
In pratica c’è chi (Mafe) sostiene che la misurazione del mercato della pubblicità su internet sia sbagliato perchè non tiene conto degli investimenti delle aziende per costruire e gestire le proprie forme "proprietarie" di presenza online (sito, blog, etc.) visto che internet "è l’unico mezzo permanente in cui un’azienda può investire in comunicazione (blog, sito, newsletter etc) senza comprare spazi", e chi (Paolo) invece sostiene che "per creare contatti su numeri interessanti bisogna spendere, o con comunicazione push (che costa) o elaborando un driver (che costa)".
Mi sembra un bel dibattito perchè secondo me inquadra molto bene il punto in cui si trovano molte aziende: magari  hanno creato un "bel sito" che però non ha il traffico che vorrebbero e comunque fanno fatica a capire il grado di contribuzione che questo ha verso il loro business.
Questo è il caso tipico, per esempio, delle aziende del largo consumo le quali hanno in molti casi un brand molto noto e molto presente in comunicazione, fattori che che portano ad un buon traffico "naturale" sul sito, queste aziende però si trovano nel dubbio se ha senso o no investire per farlo aumentare (per inciso: questo è esattamente il caso dell’azienda nella quale lavoro).
L’idea che mi sono fatto e che spero di riuscire ad applicare è la seguente:
bisogna creare un grafico formato da due assi, un asse è quello canale/media, l’altro propritario/non proprietario.
L’asse canale/media si riferisce all’approccio ad internet, dove nell’accezione di canale avrò le forme di presenza come il sito e nell’accezione di media invece l’advertising.
Dal punto di vista degli obiettivi, la modalità "canale" serve essenzialmente per fornire contenuti, permettere interazioni (con l’azienda o con funzionalità "self-service"), etc., mentre quella "media" serve invece ad orientare i comportamenti degli utenti in funzione delle finalità definite di volta in volta.
Sul’altro asse invece "proprietario" e "non proprietario" si riferiscono proprio a "di chi sono", dell’azienda o di terzi.
Nei 4 quadranti del grafico avremo:
canale - proprietario
: il sito dell’azienda, i minisiti dedicati, le landing page, etc.;
canale - non proprietario
: contenuti dell’azienda piazzati su altri siti dove si presume si trovino persone interessanti per l’azienda;
media - proprietario
: le DeM sulla propria user-base, i banner sul proprio sito per spingere un determinato contenuto, etc.;
media - non proprietario
: le campagne di online adv eseguite utilizzando tutti gli strumenti (banner, keyword, DeM, etc.) messi a disposizione di siti, portali, etc.
Personalmente trovo questa categorizzazione molto utile e cerco di tenerla sempre presente in fase di budgeting di un nuovo progetto, distribuendo le risorse nei 4 quadranti in base alle caratteristiche del progetto e in particolare degli obiettivi che si pone.