Raccolgo il (non)invito di Maurizio a definire "Cosa è la pubblicità oggi".
Premessa: io lavoro come web marketing manager in una grande azienda "marketing oriented" che spende grandi cifre in comunicazione, principalmente in TV, per cui la domanda di Maurizio in realtà me la faccio e la faccio ai miei colleghi tutti i giorni. Per ora la risposta ha a che fare con qualcosa che dura 30"…
Comunque nella mia definizione non parlerò dell’approccio della azienda nella quale lavoro, ma di 2 sensazioni ben distinte e per adesso "non-cooperanti":
- l’aumento dell’interruption marketing e soprattuitto la sempre maggiore pervasività;
- i timidi tentativi di definire dei processi di marketing che includano le persone.
Nel primo caso la sensazione è che le persone di marketing e i loro consulenti stiano facendo di tutto per diventare sempre più pervasivi, con il risultato che ogni pezzettino della nostra realtà sta diventando un "media" nel tentativo di aumentare le opportunità di visione (OTS) di un messaggio.
A questo proposito trovo magistrale questo articolo del "New York Times" dal titolo "Anywhere the Eye Can See, It’s Likely to See an Ad" e dal quale traggo questa foto molto esplicativa della pervasività dei messaggi pubblicitari nel mondo reale:
Riprendendo un mio post di qualche mese fa, si tratta di una forma estrema di quel processo di marketing contro il quale, più che contro la pubblicità, sempre più persone stanno maturando un senso di avversione che può portare a delle forme di repulsione sia "passive" (innalzamento delle soglie di attenzione per cui immessaggi formano un unico indistinto "rumore") che "attive" (nei casi estremi boicottaggio delle aziende più intrusive).
Per inciso, dal mio punto di vista i text-ads di Google appartengono a questo approccio alla pubblicità, magari la percezione da parte delle persone non è così negativa perchè tutto sommato l’invasività è bassa e c’è comunque una base di rilevanza con l’esigenza di ricerca.
L’altra sensazione è che stiano iniziando i primi timidi tentativi di far entrare le persone nel processo di marketing affinchè svolgano un ruolo attivo nella definizione dei prodotti (co-design, mass-customization) e delle strategie di marca "bottom-up brand management).
Io credo molto in questa strada con alcuni distinguo:
- questa strada non è per tutte le aziende/brand;
- questa strada non è per tutte le persone;
- su questa strada gli errori e le furbate si pagano caro;
- non esistono scorciatoie.
Uscendo dalla metafora stradale, il punto è che includere le persone nel processo di marketing è un processo difficile, sia per le aziende (paradigm shift culturale) sia per i consumatori (ai quali verrà chiesto di "lavorare" per avere i prodotti e le campagne che desiderano).
Ci sono comunque tante modalità di esecuzione: se da un lato avremo sempre più esperimenti più o meno complessi di "user generated advertising" come quelli descritti in questo post, dall’altro avremo forme più semplici e immediate, per esempio, la possibilità di scegliere da quale sponsor farsi offrire la visione di un programma TV.
Il punto di sintesi tra queste due tendenze secondo me è la user experience complessiva, cioè un approccio "design driven" dove anche nei processi di marketing venga al centro dell’attenzione ci sia la persona e non il "target".

Interessante articolo.
Non c’entra molto, ma l’hai vista l’attesa prima puntata della nuova serie di Doctor House, venerdì scorso?
Nelle anteprime facevano sempre vedere House che faceva jogging, avendo recuperato l’uso della gamba malata, e appena finita quella scena è scattata la pubblicità di un orologio che era in tutta continuità con il telefilm…
Non c’è stato stacco, non c’è stata la sovraimpressione “pubblicità”, e anche il protagonista dello spot faceva jogging, lasciando lo spettatore perplesso sulla natura di quello che stava vedendo. Era sicuramente un spot creato ad hoc per quella puntata, per INGANNARE lo spettatore…
Non pensavo che fosse nemmeno legale una roba del genere.
Comment by ELMANCO / Stefano Ricci — January 22, 2007 @ 5:29 pm
no, non l’ho vista, ma sembra un caso molto interessante:
l’orologio pubblicizzato era presente anche nel telefilm o c’era “solo” questa continuità di situazione tra il telefilm e la pubblicità?
comunque questo tema della pervasività della pubblicità a mio avviso è devastante nei canali come Cartoon Network: lì capita spesso che i protagonisti dei cartoon siano anche protagonisti delle pubblicità, ricordo che tempo fa c’era uno spot con Dexter (che è un genietto) che raccontava ai bambini di aver inventato uno spazzolino fantastico. è chiaro che anche mettendo la famosa scrittina in bianco su bianco corpo 8 “messaggio promozionale”, per bambini di 4 o 5 anni (ma anche a quelli che sanno leggere) la sensazione sarà quella di continuità con gli episodi dei loro personaggi preferiti.
non so quanti anni hai però io ricordo che nei film italiani degli anni ‘70/’80 spesso si vedevano primi piani di bottiglie d’acqua (Pejo) e pacchetti di sigarette (Muratti).
Comment by Andrea — January 22, 2007 @ 6:03 pm
Una cosa del genere non l’avevo mai vista, era diversa dalla “classica” pubblicità occulta.
L’orologio non compariva nel telefilm, anche perchè lo spot mi è sembrato evidentemente creato per il mercato italiano, ed il telefilm è americano. Anche la fotografia e la scenografia cercava di trarre in inganno: erano piuttosto familiari a quelle del telefilm. Solo quando ho sentito il doppiaggio ho capito con certezza che era una pubblcità…
Poveri bimbi ; )
Comment by ELMANCO / Stefano Ricci — January 22, 2007 @ 6:24 pm